I conti de Ceccano

 

Le origini

 

Sulle origini della casata dei de Ceccano gli storici non sono concordi. Lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, con cui concorda il Tomassetti, attribuisce alla famiglia un'origine germanica.

 

"Fra i monti Volsci emergeva la dinastia, signora di quelle terre sin da tempi antichissimi, dei conti de Ceccano, rinomata anche nella chiesa per ricchezze e dignità. Erano potenti già prima che emergessero i Colonna; al tempo di Enrico IV uno dei loro antenati, Gregorio, è già ricordato col titolo di conte. L'origine germanica della dinastia è provata dai nomi che continuiamo a incontrare nella famiglia: Guido, Landolfo, Goffredo, Beraldo, Rainaldo." da F. Gregorovius, "Storia della città di Roma nel Medioevo", vol.II, Torino, Einaudi, 1973, pp. 1168-1169. Biblioteca Comunale di Ceccano CCN 945.632 GRE 2; si veda anche G. Tomassetti, "Della Campagna romana nel Medio Evo", in Archivio della Regia Società romana di storia patria, VIII(1885), p. 435

 

Di altro avviso è il grande storico don Michelangelo Sindici, che fa discendere i conti dal nobile Petronio Ceccano, il quale diede anche il suo nome alla città.

"Fin dal secolo VII, come abbiamo provato, viveva Petronio Ceccano consulare e conte della Campagna, dal quale Ceccano assunse l'odierna denominazione."  da M. Sindici, "Ceccano, L'Antica Fabrateria", Bologna, Atesa Editrice, 1984 (ristampa anastatica dell'edizione della tipografia Befani di Roma del 1893), p.123 - Biblioteca Comunale di Ceccano CCN (FL) 945.622 SIN

 

Nel testamento del 1348 del cardinale Annibaldo de Ceccano si affermava già, del resto, che il nome de Ceccano è l'unico vero nome della famiglia.

 "de genere nostro de Ceccano" da M. Dykmans, "Le cardinal Annibal de Ceccano (vers 1282-1350) : étude biographique et testament du 17 juin 1348", Bruxelles - Rome, Academia Belgica, 1973, p. 288, linea 79 (Estratto da: Bulletin de l'Institut historique Belge de Rome, Fasc. 43/1973, pp. 146-344)

 

 

 

 

La contea dei de Ceccano

 

La famiglia dei de Ceccano riuscì a costituire un vasto dominio nei territori della Campagna, tra i monti Ernici e Lepini, spingendosi fino a quelli della Marittima.

L'estensione del territorio è nota grazie al testamento del conte Giovanni, redatto nel 1224.

In esso si legge che la famiglia possedeva, oltre a Ceccano, castelli ad Arnara, Patrica, Cacume, Monte Acuto, Giuliano, Santo Stefano, Pisterzo, Carpineto, Montelanico, Maenza, Asprano, Prossedi e aveva diritti e proprietà ad Alatri, Frosinone, Torrice, Ceprano, Priverno, Sezze e Ninfa.

 

 

In primis iure institutionis relinquimus Landulfo filio nostro castra videlicet Ceccanum, Arnariam, Patricam, Cacumen, Montem acutum, Iulianum, Sanctum Stephanum, Postertium, Carpinetum et totum quod in castro Mecellanici habemus cum hominibus, servitiis, silvis, viis, itineribus, montibus, pascuis, cultis et incultis et omnibus pertinentiis et tenimentis ad predicta castra pertinentibus et ea omnia que habemus in civitate Alatri, Castris scilicet Frusinone, Turrice et Ceprano et eorum territoriis et tenimentis.

Item relinquimus iure institutionis Berardo altero filio nostro, castra scilicet Magentiam, Roccam, Aspranam et Stoxeum, cum hominibus, servitiis, silvis, viis, itineribus, montibus, pascuis, aquis, cultis et omnibus pertinentiis et tenimentis ad predicta castra pertinentibus et omnia que habemus in Piperno, Setia, Nimpha et eorum territoriis et tenimentis. TRADUZIONE: Anzitutto, per diritto istituzionale, lasciamo a Landolfo, figlio nostro, i castelli. Vale a dire: Ceccano, Arnara, Patrica, Cacume, Monte Acuto, Giuliano, Santo Stefano, Pisterzo, Carpineto e tutto ciò che abbiamo nel castello di Montelanico, con uomini, servizi, selve, vie, diritti di passaggio, monti, pascoli, colti o incolti, con le relative pertinenze e proprietà e tutto ciò che possediamo nelle città di Alatri, Frosinone, Torrice, Ceprano e nei loro territori e proprietà. Ugualmente per diritto istituzionale lasciamo a Berardo, altro figlio nostro, Maenza, Roccasecca, Asprana e Prossedi, con uomini, servizi, foreste, strade, diritti di passaggio, monti, pascoli, acque, coltivazioni e tutto ciò che possediamo in Priverno, Sezze, Ninfa e nei loro territori e proprietà.

 

Il 19 agosto 1264 è Landolfo II, primogenito di Giovanni, a dettare le sue ultime volontà e a dividere il suo patrimonio tra i numerosi figli.

 

Cui domino Iohanni reliquit tertiam partem pro indiviso tam Ceccani quam Carpineti et Arenarie, reliquit etiam eidem Patricam, Cacumen et Postertium. Domino autem Anibaldo predicto reliquit aliam tertiam partem pro indiviso tam Ceccani, tam Carpineti et Arenarie, reliquit etiam sibi Fullanum, Montemacutum, Magentum, Roccam Dompneburge, et Aspranam. Dominis vero Guillelmo, Riccardo et Raynerio predictis reliquit communiter inter eos aliam tertiam castrorum predictorum videlicet Ceccani, Carpineti et Arenarie quas tertias ipsis domino Guillelmo, Riccardo et Raynerio reliquit quantum ad usumfructum, in vitam eorum tantum...TRADUZIONE: A Giovanni lascia per intero la terza parte di Ceccano, di Carpineto e di Arnara, inoltre Patrica, Cacume e Pisterzo. Ad Annibaldo, invece, lascia per intero l'altra terza parte di Ceccano, di Carpineto e di Arnara, oltre a Giuliano, Monteacuto, Maenza, Roccagorga e Asprana. A Guglielmo, Riccardo e Rainerio lascia, in comune tra loro, l'altra terza parte dei predetti castelli, vale a dire di Ceccano, Carpineto e Arnara, solamente in usufrutto vita natural durante.

 

Item reliquit Prossedum ad voluntatem et mandatum predicti dominus cardinalis dividendum inter heredes suos masculos predictos […] Item reliquit iam dicte domine Maccalone uxori sue Castrum Sancti Stephani de Valle, quod obligatum tenet ipsa domina pro dotibus suis...TRADUZIONE Inoltre, lascia Prossedi alla volontà e al mandato del cardinale Riccardo, da dividere tra i suoi eredi maschi [...] Lascia a Maccalona, sua moglie, il castello di Santo Stefano della Valle (oggi Villa Santo Stefano), che ella ebbe in garanzia per la propria dote... 

 

 

 

Gli esponenti illustri

 

Le prime notizie sui conti de Ceccano risalgono al secolo XI. Nella Chronica Cassinese[1] si legge che nel 1015 i conti Uberto e Amato donarono al monastero di Montecassino la chiesa di San Pietro ad Iscleta, situata nel territorio di Ceccano.

 

…hoc tempore oblata est in hoc monasterio ecclesia Sancti Petri ad Iscleta in Campania territorio ciccanense cum maximis circa possessionibus ad Hubberto et Amato comitibus Ciccani et Signiae. TRADUZIONE In quel tempo a questo monastero (monastero di Montecassino) fu donata da Uberto e Amato, conti di Ceccano e di Segni, la chiesa di San Pietro ad Iscleta, situata in Campagna, nel territorio ceccanese, con moltissimi beni nelle vicinanze.

 

A partire dal XII-XIII secolo, come conseguenza del ruolo politico sempre più rilevante assunto dai de Ceccano, le informazioni aumentano, rendendo possibile una ricostruzione genealogica della famiglia.

Una delle fonti principali è costituita dagli Annales Ceccanenses, cronaca che narra le vicende della famiglia dei de Ceccano fino al 1217. L'autore della cronaca è sconosciuto; secondo il Pertz [2], editore del testo, fu scritta da Benedetto, notaio del conte Giovanni.

Molti esponenti della famiglia dei de Ceccano ricoprirono ruoli prestigiosi in campo ecclesiastico, come i cardinali Gregorio, Giordano e Stefano.

 

 

 

I cardinali Giordano e Stefano de Ceccano



Monaco, poi abate del monastero di Fossanova, Giordano fu nominato cardinale nel 1188 da Clemente III, carica che gli fu attribuita per aver mostrato fedeltà alla Chiesa nel difendere alcune rocche della Campagna. Durante il pontificato di Clemente III fu legato apostolico in Francia e Germania. Promosse la ricostruzione della chiesa di Santa Maria a Fiume, da lui consacrata nel 1196 alla presenza di tutti i vescovi della provincia di Marittima e Campagna.

Anche il cardinale Stefano fu monaco e abate di Fossanova. Innocenzo III gli affidò importanti incarichi, scegliendolo come suo camerarius (camerlengo).

Gli agiografi di San Domenico nominano il cardinale Stefano a proposito di un miracolo compiuto dal santo. San Domenico, dopo aver celebrato messa nella chiesa di S. Sisto sulla via Appia, risuscitò un cavaliere morto, caduto da cavallo proprio in quel momento e in quel luogo. Il cavaliere si chiamava Napoleone dei conti de Ceccano ed era nipote del cardinale Stefano, lì presente. Un affresco nella chiesa di S. Domenico e Sisto a Roma raffigurante, tra gli altri, il cardinale Stefano ricorda questo miracolo. Stefano fondò la chiesa dell'abbazia di S. Galgano a Siena e, vicino ad essa, una cappella dedicata alla Vergine della Rotonda. Qui è conservata l'immagine del cardinale in preghiera davanti alla Vergine con un'antica iscrizione indicante:

STEPHANO DE CECCANO EX MONACHO CISTERCIENSI S.R.E. CARDINALI PIISSIMO.

Morì a Roma nel 1227 e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

 

 

 

 

Giovanni de Ceccano



Figlio di Landolfo e donna Egidia, ricordata dagli Annales Ceccanenses per il suo pellegrinaggio a Santiago de Compostela, il conte Giovanni si adoperò per consolidare ed estendere le proprietà della sua famiglia. Infatti, nel periodo del suo regno, tra la fine del XII secolo e gli inizi del XIII secolo, i de Ceccano furono a capo di un vasto e potente dominio.

Giovanni fu un personaggio influente, capace di difendere gli interessi della propria casata in un periodo caratterizzato dalla contrapposizione di forze diverse, quali l'impero, il papato, le numerose autonomie locali.

Nel 1190 ricevette l'investitura cavalleresca ("gladio militia accinctus est" Ann. Ceccan.). Nel 1201 giurò fedeltà a Innocenzo III, riconoscendo di tenere Ceccano e tutte le sue proprietà dalla Chiesa romana [3]; il papa lo ricompensò assegnandogli la città di Sezze in beneficio [4].

Qualche anno dopo, in occasione della visita di Innocenzo III ad Anagni, Giovanni andò incontro al papa, scortandolo nei suoi possedimenti con cinquanta cavalieri nobilmente vestiti fino alla terra di Giuliano. Nel castello di Giuliano a spese del conte furono organizzati festeggiamenti solenni, giochi e un sontuoso banchetto, di cui abbiamo notizia negli Annales Ceccanenses.

 

Celebrato festo ascensionis Domini Innocentius papa III. egressus Roma venit Anagniam; 16. Kal. Iulii egressus Anagniam invenit domnum Iohannem de Ceccano cum 50 militibus pulcherrime praeparatis ad Alatrum ad conducendum et ludendum coram domno papa usque ad fontem castri Iuliani, ubi inventus est clerus totius terrae domni Iohannis de Ceccano, paratus ad processionem usque intro castrum Iuliani. Ante ianuam ecclesiae domnus Albertus Ferentinus episcopus cum clericis de Ceccano honorifice paratis et indutis vestibus ecclesiasticis, recepit domnum papam, cantando responsorium: Tua est potentia. Finita apostolica benedictione, unusquisque rediit ad propria hospitia, clerici de Ceccano redierunt ad papilionem; extra castrum honorifice praeparatus fuerat eis cibus. Ministri domni papae et cardinalium et aliorum clericorum et laycorum receperunt cibaria honorifice et abundanter pro suo velle in platea, in pane et vino et porcis, in vaccis. in castratis in haedis, in porcellis, in gallinis, in anseribus, in pipere, in cinnamono, in sophrana, in cera, in hordeo et in herba. Post nonam usque in hora coenae cum suis militibus domnus Iohannes de Ceccano in praesentia domni papae iocavit burbudando. Feria tertia alio die domnus papa ivit Pipernum, et cornedit ibi et dormivit; et domnus Iohannes de Ceccano cum toto comitatu suo similiter Pipernum ivit...TRADUZIONE Celebrata la festa dell'Ascensione del Signore, il papa Innocenzo III, uscito da Roma, venne ad Anagni. Giunto ad Anagni il 16 giugno incontrò il signor Giovanni de Ceccano presso Alatri con cinquanta cavalieri riccamente vestiti per accompagnare in festa il signor papa fino alla fontana del castello di Giuliano, dove si trovò il clero di tutto il dominio del signor Giovanni de Ceccano, pronto per la processione fin dentro il castello di Giuliano. Davanti la porta della chiesa il signor Alberto, vescovo di Ferentino, con esponenti del clero di Ceccano, preparati e vestiti con sfarzosi abiti ecclesiastici, accolse il signor papa, cantando il responsorio "Tua est potentia". Conclusa la benedizione apostolica, ognuno si ritirò nel proprio alloggio, i chierici di Ceccano si ritirarono in una tenda; fuori del castello era stato preparato per loro un abbondante pasto. I ministri del signor papa, dei cardinali, degli altri chierici e laici furono serviti onorevolmente e abbondantemente, secondo i propri desideri, con pane, vino, carne di maiale o di vacca, castrato,  porcelli, galline, oche, pepe, cannella, zafferano, cera, orzo e verdura. Dalle tre fino all'ora di cena il conte Giovanni de Ceccano con i suoi cavalieri organizzò giostre e tornei alla presenza del signor papa. Il giorno seguente il signor papa si recò a Priverno e qui mangiò e dormì; anche il signor Giovanni de Ceccano con tutto il suo seguito si recò a Priverno…

 

 

 

Nel 1216 Giovanni inseguì e sconfisse Ruggiero de L'Aquila, conte di Fondi,  reo di aver devastato le campagne di Ceccano, facendo prigionieri Roberto dell'Aquila, zio di Ruggiero, con settanta soldati e raccogliendo un cospicuo bottino. Nello stesso anno Giovanni si vendicò di Tommaso, conte di Supino, alleato di Ruggiero de L'Aquila, bruciando il suo castello di Morolo e uccidendo più di quattrocento persone. Molti furono condotti come prigionieri a Ceccano, tra questi Oddone Colonna, sua sorella Mabilia (moglie di Tommaso) con sua figlia. Per riavere indietro sua moglie e sua figlia, Tommaso pagò al conte Giovanni un ingente riscatto, giurando di diventare suo vassallo e consegnandogli il figlio Roberto in ostaggio.

 

1216. 10. Kalendas Iunii tempore domni Innocentii III. papae venit comes Rogerius de Aquila cum exercitu suo in territorio Ceccano, devastavit segetes Sanctae Mariae Fluminis, et incendit ei unam molam et duas molas Sancti Clementis; et sic rediendo hospitatus est in territorio Castri. Alio die coepit reverti Fundum, et domnus Iohannes de Ceccano insecutus est eum, invenit eum in territorio castri Vallisersae, praevaluit super eum; fugatus est comes, et domnus Iohannes cepit de exercitu suo Robertum de Aquila patruum comitis cum 70 militibus electis et aliis hominibus...TRADUZIONE Il 23 maggio al tempo del papa Innocenzo III il conte Ruggiero dell'Aquila venne con il suo esercito nel territorio di Ceccano, devastò le messi di Santa Maria a Fiume, bruciò un suo mulino e due mulini di San Clemente; e poi tornando indietro soggiornò nel territorio di Castro. Il giorno seguente ritornò a Fondi e il conte Giovanni de Ceccano lo inseguì, lo raggiunse nel territorio del castello di Vallecorsa e lo sconfisse; il conte fu messo in fuga e il signor Giovanni fece prigioniero del suo esercito Roberto dell'Aquila, zio del conte, con settanta cavalieri scelti e altri uomini...

3. Kal. Augusti die sabbati castrum Moroli per fortiam domni Iohannis de Ceccano captum est et combustum. Captus est ibi Oddo Novellus de Columna cum undecim suis militibus, et soror eius Mabilia cum quadam filia sua ducti sunt in captionem apud Ceccanum. Peccatis exigentibus de castro Moroli 424 capita tam virorum quam mulierum, tam senum quam parvulolum combusta sunt. Omnes autem reliqui milites et layci redacti sunt sub potestate et fidelitate domni Iohannis de Ceccano sacramento. Domnus Thomas de Supino dolens et tristans dereliquit Campaniam comitis Rogerii de Aquila. et dedit domno Iohanni de Ceccano 1000 libras proveniensium et fecit se fidelem cum sacramento in sempiternum domno Iohanni de Ceccano, et dedit ei filium suum obsidem ad fidelitatem et veritatem conservandam. Domnus Iohannes de Ceccano primo loco reddidit domno Thomae uxorem suam cum filia; domnum Oddonem de Columna cum suis militibus dedit in potestate domni Iohannis cardinalis de Columna. TRADUZIONE Il 22 luglio, di sabato, il castello di Morolo fu occupato e bruciato dal conte Giovanni de Ceccano. Furono catturati e condotti prigionieri a Ceccano Ottone Novello Colonna con undici suoi soldati e sua sorella Mabilia con una sua figlia. Secondo quanto richiedeva la pena, 424 persone del castello di Morolo, sia maschi che donne, sia vecchi che fanciulli, furono arsi. Tutti gli altri, invece,  militari o civili, furono sottomessi con giuramento al signor Giovanni de Ceccano. Il signor Tommaso da Supino, dolente e triste, abbandonò l'allenza (Campaniam?) con il conte Ruggiero dell'Aquila, diede al signor Giovanni de Ceccano mille libbre di provesini, giurò di restare per sempre fedele al conte Giovanni e gli diede in ostaggio suo figlio a pegno di osservanza della sua fedeltà. Il signor Giovanni de Ceccano dapprima restituì a Tommaso sua moglie con la figlia, poi diede in potere del signor Giovanni cardinale Colonna il signor Ottone Colonna con i suoi soldati.

 

 

Giovanni fu prodigo nelle elargizioni; costruì a Carpineto e Segni un grande oratorio in onore di S. Tommaso da Cantuaria, donò molti beni alla chiesa di Santa Maria a Fiume in occasione della solenne consacrazione da parte dello zio, il cardinale Giordano. Gli Annales Ceccanenses riferiscono un curioso episodio verificatosi durante la consacrazione della chiesa. Assente alla cerimonia perché malato, il conte Giovanni si presentò in chiesa dopo il sermone del cardinale Giordano tra lo stupore di tutti i presenti che pensarono a una guarigione miracolosa. Alla chiesa di Santa Maria a Fiume Giovanni fece dono della Carta d'immunità, con la quale concedeva vari privilegi, tra cui il diritto d'asilo. 

 

Nondum finito sermone ecce domnus Iohannes de Ceccano, qui graviter infirmabatur in domo sua, advenit sanus intus in ecclesiam; quod videntes omnes homines, pro maximo miraculo recipientes, et quasi per mediam horam stupendo cum ingenti voce gratiarum laudaverunt et benedixerunt Dominum, qui vivit et regnat in coelis.TRADUZIONE Non era ancora terminato il sermone ed ecco il conte Giovanni de Ceccano, che giaceva gravemente infermo in casa sua, presentarsi sano dentro la chiesa; vedendo ciò, tutti gli uomini, ritenendo l'accaduto un grandissimo miracolo e meravigliandosi per circa mezz'ora, a voce alta ringraziarono, lodarono e benedissero il Signore, che vive e regna nei cieli.

  

Non si conosce la data di morte del conte; probabilmente morì tra il 1224  (data del suo testamento) e il 1227, visto che in un breve di papa Gregorio IX, datato 16 aprile 1227, si parla di Giovanni, presupponendo la sua scomparsa [5] (bonae memoriae Iohannes de Ceccano…)

 

 

 


Annibaldo IV de Ceccano



Indubbiamente uno dei personaggi più importanti della nobile casata dei de Ceccano fu il cardinale Annibaldo IV, personaggio influente della Chiesa del XIV secolo. Figlio di Berardo II (m. 1321) e di Perna Caetani Stefaneschi, nipote quindi del cardinale Jacopo Stefaneschi, negli anni '20 del Trecento ebbe grande fama come teologo a Parigi e fu uno stimato professore alla Sorbona. Da ricordare anche la sua amicizia con Francesco Petrarca e Giotto, al quale commissionò lavori per la chiesa di Santa Maria a Fiume a Ceccano.
Nel 1326  Annibaldo fu eletto arcivescovo di Napoli, l'anno seguente fu poi nominato cardinale prete di S.Lorenzo in Lucina e nel 1332 cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Tuscolo; a ciò si devono inoltre aggiungere numerosi benefici e prebende in varie diocesi francesi, inglesi e olandesi.  Il porporato svolse anche funzioni di mecenate: nel  1340 commissionò a Simone Martini alcuni affreschi nella cattedrale di Notre-Dame-des-Doms ad Avignone in cui pare sia stato rappresentato lo stesso cardinale.
Ottimo diplomatico, Annibaldo venne spesso inviato dal Papa in missione alle corti dei sovrani d'Europa con il compito di risolvere le varie controversie in corso. Tra gli interventi più importanti si ricorda un tentativo di mediazione tra Inghilterra e Francia nel corso della Guerra dei Cent'anni, conflitto decisivo per la storia dell'umanità, dove nonostante le difficoltà riuscì ad ottenere una breve  tregua. 
Nel periodo della "cattività avignonese" (1309-1377) Annibaldo venne nominato da Papa Clemente VI suo rappresentante a Roma per aprire il Giubileo del 1350; in quell'occasione gli vennero affidati poteri straordinari come il diritto di abitare nel palazzo pontificio, usare il cerimoniale del Papa, creare cavalieri, togliere e impartire scomuniche. La sua decisione di ridurre i giorni di permanenza dei pellegrini nell'Urbe per l'indulgenza non fu accolta benevolmente, tanto da rendere il cardinale vittima di un attentato che per poco non gli costò la vita. Annibaldo fu inoltre incaricato di risolvere il problema costituito da Cola di Rienzo, personaggio che voleva restaurare la Repubblica nella città di Roma, straziata dai conflitti tra Papi e Baroni. Proprio alle trame di questo rivoluzionario si imputa la morte del porporato, avvenuta improvvisamente, forse a causa di un avvelenamento, il 16 luglio 1350, lungo la via Casilina, mentre si stava recando a Napoli. Le sue spoglie furono deposte in San Pietro a Roma presso l'altare che suo zio Jacopo Stefaneschi aveva riservato per entrambi, come testimoniato nell'inventario di Tiberio Alfarano, letterato, sacerdote e storico dell'arte, autore di una minuziosa riscostruzione planimetrica dell'antica basilica di S. Pietro a Roma e degli edifici annessi. Nella planimetria di Alfarano è possibile notare nell'altare n°87 la tomba di Jacopo Stefaneschi nella quale fu tumulato anche suo nipote Annibaldo IV de Ceccano.

Ad Avignone si erge ancora oggi il palazzo di Annibaldo, la Livrée Ceccano, che ospita una delle biblioteche più importanti di Francia, dove è possibile trovare testimonianze sul suo stemma
La copia originale del testamento del cardinale Annibaldo, redatto il 17 giugno 1348, si trova negli Archivi dipartimentali di Vaucluse ad Avignone (Avignon, Arch. Dép. Vaucluse, H, Célestins de Gentilly, n.6).  Il testo comincia con le disposizioni per le sue esequie e per le messe celebrative, per l'ufficio delle quali lascia anche una importante somma di denaro. Cospicui lasciti vengono inoltre destinati  alla chiesa di Santa Maria a Fiume a Ceccano, dove egli aveva fatto costruire due cappelle, nonché alle chiese di San NicolaSan Giovanni. Il testamento prevede inoltre una ricca donazione per la costruzione di una chiesa con annesso convento, da affidare ai Frati Minori, su un terreno di proprietà del fratello Giacomo, favorevole  all'impresa. Da segnalare infine lasciti di paramenti sacri a Santa Maria a Fiume e somme di denaro per la Sorbona di Parigi.

Dal giugno 2003 rivivono nel centro storico e nel castello le vicende relative al Cardinale Annibaldo grazie all'annuale "Corteo Storico", promosso dal Liceo Scientifico "M. Filetico" di Ceccano e dal Comune di Ceccano durante il quale, con oltre quattrocento figuranti, viene rievocato l'incontro tra Annibaldo IV de Ceccano e suo fratello Tommaso II, conte di Ceccano, avvenuto  nel 1350.

 

 

 

Gli Annales Ceccanenses

 

Conosciuti  anche come "Chronicon Fossae Novae"  in quanto ritrovati nell'archivio di quel  monastero, gli Annales descrivono minuziosamente le vicende giornaliere di circa 150 anni della storia di Ceccano.
Il manoscritto originale, conservato fino al 1600 circa a Fossanova, è andato perduto.  Sappiamo che una copia di questo servì a Cesare Baronio per la redazione degli Annales Ecclesiastici, ma attualmente gli Annales Ceccanenses sopravvivono in due unici manoscritti: il ms I.42 della Biblioteca Vallicelliana di Roma, copiato di propria mano da Benedetto Conti di Sora nell'anno 1600; c'è poi il ms II.D.17 della Biblioteca Brancacciana di Napoli, copiata da quello di Roma da Camillo Tutini.
Il contenuto dell'opera, sebbene lacunoso, fu edito  per la prima volta nel 1644 da Ferdinando Ughelli nella sua Italia Sacra; successivamente il testo fu corretto e integrato prima da Giovan Battista Caruso e poi da Ludovico Antonio Muratori che lo inserì nella sua opera Rerum Italicarum Scriptores. Altri interventi critici, basati sui confronti tra i due manoscritti esistenti,  ci furono da parte di Giuseppe Del Re, mentre Georg Heinrich Pertz pubblicò gli Annales nei suoi Monumenta Germaniae Historica.
L'autore della Cronaca di Fossanova  è ignoto; varie supposizioni sono state fatte nel corso degli anni sul possibile compilatore, ma non è stato trovato un accordo tra gli studiosi e la questione risulta, di fatto, ancora aperta.
L'intera opera, che tratta principalmente degli interessi del monastero di Fossanova,  inizia dalla nascita di Gesù Cristo: contiene brevi annotazioni fino all'anno 1000, dopo di che  la narrazione si amplia così come la descrizione degli avvenimenti relativi ai de Ceccano. A partire  dal 1187 viene citato Giordano abate di Fossanova che apparteneva a quella famiglia; il dettaglio con cui vengono riportate le notizie è spia del fatto che i conti de Ceccano stavano conquistando sempre più potere a livello politico. La cronaca si interrompe nel 1217, lasciando dietro di sé informazioni di inestimabile valore.

 

 

 

 

 

 


 

 

[1] "Chronica Cassinese" in Monumenta Germaniae Historica, SS, VII, p. 648.

[2] "Annales Ceccanenses", ed. G.H. Pertz, in Monumenta Germaniae Historica, SS, XIX, Hannoverae 1866.

[3] "Le Liber Censuum de l'Eglise romaine…", a cura di P. Fabre-L. Duchesne, I, Parigi 1889-1910, CLXX p. 427.

[4] Nella politica territoriale di Innocenzo III il feudo dei de Ceccano, unitamente alle proprietà dei Conti e alla nuova contea di Sora (affidata dal papa a suo fratello Riccardo), rappresentava un baluardo importante ai confini del Regno di Sicilia.

[5] "Les registres de Grégoire IX (227-1241)", a cura di L. Auvray, Paris 1890-1955, n. 40

 

 

 

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