Inventario di Onorato III Caetani

 

Alla fine del XIV secolo decade il dominio della famiglia dei de Ceccano, il cui ultimo esponente noto è Antonio da Ceccano, vissuto sotto il pontificato di Eugenio IV (1431-1447).

Nel XV secolo Ceccano diviene proprietà dei Caetani di Aragona. In realtà, già dal XIV secolo i Caetani avevano acquisito diritti sulle proprietà dei de Ceccano: nel 1346, ad esempio, Tommaso da Ceccano aveva assegnato in dote a sua figlia Maria, promessa sposa al nobile Giacomo Caetani, la metà di Arnara con i relativi diritti e possedimenti. Un documento dell'Archivio Colonna (perg. 56, nº 36) attesta che Tommaso de Ceccano nel 1353 nominò proprio procuratore Pietro di Tommaso da Giuliano per firmare una pace perenne con Nicola e Giovanni Caetani. Entrambe le parti s'impegnarono, inoltre, a non pretendere nulla per tutte le ingiurie, contumelie, offese e danni commessi in precedenza, testimonianza evidente, quindi, di un'ingerenza inveterata dei Caetani nei territori dei de Ceccano.

Nel 1491, alla morte di Onorato Caetani d'Aragona, conte di Fondi, i beni della famiglia Caetani, tra cui Ceccano, passarono ai nipoti Onorato III e Giacomo Maria Caetani d'Aragona. I Caetani persero il dominio di Ceccano verso il 1496.

L'inventario costituisce un'utile testimonianza per conoscere lo stato del castello alla fine del XV secolo, in quanto descrive accuratamente la sua struttura, i beni contenuti al suo interno, le ordinanze e le proprietà della corte. Fu reso pubblico dal dominus Marino, commissario e procuratore di Ceccano, nel salone della chiesa di Sant'Angelo, nei pressi del castello, il giorno 11 novembre 1491, alla presenza di vari testimoni convocati per l'occasione. 

  

 

 

CECCANO ALLA FINE DEL MEDIOEVO

INVENTARIO DI ONORATO III CAETANI

- 1491 -

 

 

 

In Ceccano, 11 novembre 1491, decima indizione[1].

Marino Ruta, commissario e procuratore, discendendo dal castro di Valliscurse[2] dove esistevano altri beni della detta eredità da inventariare, dopo aver dapprima convocato giudice, notaio e testimoni sottoscritti, si portò con noi al castro di Ceccano, dove, in nostra presenza, procedette alla descrizione dei diritti della detta eredità esistenti nel luogo.

Have[3] la Corte nella terra di Ceccano:

il Castello,

con torre principale ed altre tre torri,

saloni,

camere,

centimolo (mulino) in ordine,

cellaria[4],

corridoi,

revellini[5],

forni,

cisterne,

due orti fuori del revellino,

la cittadella ed altri edifici.

Attualmente nel castello svolge le funzioni di Castellano Cola Paterno di Piedimonte con 14 compagni e un bombardiere. Dentro il castello vi sono i seguenti oggetti:

due grosse bombarde di ferro: una ha la canna lunga quattro palmi[6] e la bocca larga un palmo, con due masculi[7]. L'altra è lunga quattro palmi e ha la bocca larga mezzo palmo.

Un'altra bombarda di ferro, con canna lunga tre palmi, bocca di un terzo di palmo, con due masculi.

Altra bombarda di ferro, lunga tre palmi e mezzo, con bocca di mezzo palmo e con due masculi. Queste bombarde sono tutte poste nei ceppi e in ordine.

 

Due mortai di ferro, nei ceppi, con canna lunga due palmi e con bocca

larga un terzo di palmo.

Quattro archibugi, dei quali uno è rotto, con manici.

Una scopetta di ferro con l'asta.

Otto cappucci di ferro, antichi.

Quattro celate antiche, due grandi e due piccole.

Due balestre di legno.

Un banco per lanciare balestre.

Quattro gorgiere antiche.

Uno stacco e una spada antica.

Dieci balestre di acciaio, delle quali una è rotta.

Un tenére[8] di balestra.

Altre 104 per lanciare, logore e alla rinfusa.

Tre grosse balestre di acciaio.

Un'altra balestra di acciaio, non tanto grossa.

Tre antichi martinetti, per lanciare balestre.

1312 ferri di balestre, dentro cinque cassette.

280 aste dentro una cassetta.

 

Una garva[9] per la caccia, con l'asta.

Dodici partigiane[10] con l'asta, di cui cinque molto usate.

Tre trivelle grosse e cinque piccole, usate.

Due asce.

Una piccola ascia.

Un martello da muratore.

Una cazzuola da muratore.

Un freno[11] vecchio per cavalli.

Una piccola zappa.

Una rasola[12] per lisciare tavole.

Un ascimarro, ovvero gravina per tagliare pietre.

Tre martelli a taglio, per fare pietre da bombarde.

Due piccoli martelli da ferraio.

Un letto di piume.

Una coltre bianca, usata e rotta.

Un bancale[13]  a liste, usato e lacero.

Un piccolo e vecchio materasso.

Una vecchia pianeta, di zennato russo[14] per la cappella.

 

Un càmice di panno di lino da prete.

Due vecchie tovaglie di lino per altare.

Un calice d'argento sopranaurato[15]•

Un altro calice di stagno.

Un acquamanile di rame per l'acqua santa.

Un campanello di metallo. Tutti per la detta cappella.

Una piccola frexora[16]di rame.

Due catene di ferro per il focolare.

Tre pentole di rame.

Una vecchia conca di rame.

Due spiedi di ferro, uno piccolo e uno grande.

Due mortai di pietra.

Un piccolo treppiede di ferro.

Quattro lucerne di ferro.

Una graticola di ferro per cuocere pesci.

Due grattugie di ferro, per grattare il formaggio.

Un'ampolletta di vetro "da le hore"[17].

Un grande càccavo[18] di rame.

Due grandi caldaie di rame.

Un secchia di ferro, rotto.

Due terracuni[19] vecchi.

Un rampino per i porci.

Due sarti[20] usati e certi vecchi.

Due secchi di rame, rotti.

Un altro secchio, nuovo, acquistato ultimamente da Giovanni di Balduccio, esattore generale di Campagna.

14 botti per il vino, tra grandi e piccole, di cui quattro sono piene di vino e due di aceto.

Una lucerna per sciogliere la colla.

Tre sacchi usati.

Uno zappone.

Una roncola per le siepi.

Due badili di ferro, vecchi e rotti.

Un paio di forbici per fare creste[21]  vecchio e logoro.

Due botti, malridotte, per contenere vettovaglie.

Un'altra botte in cattive condizioni.

 

Due lavelli per pigiare l'uva e un altro per torcere.

Due piccoli lavelli, di cui uno è stato comperato recentemente da Giovanni di Balduccio, esattore.

La vite con l'attrezzatura per torcere.

Una giara per contenere olio, con ancora un po' d'olio vecchio.

Otto lancelle[22] per l'olio, tra piccole e grandi, con trentuno petitti[23] d'olio.

Un paio di tenaglie da fabbro, logore.

Un paio di mantici, scassati.

Una tagliatrice d'acciaio.

Un palo di ferro, rotto.

Due grosse asce per uso del castello.

Due anelli di ferro per trascinare legname.

Una cancanella[24] di ferro per trascinare legname.

Una grande sega, rotta.

Una sega piccola, rotta.

Due pianelle[25] grandi, una col ferro, l'altra senza.

Quattro paia di ferri da prigione, con un paio di ceppi.

Una ruota per arrotare.

Un tagliacerchi di ferro.

Circa quaranta tavole, tra buone e no.

Una grande catasta di legna, dal ballatoio fino al corridoio.

Un mulo di pelo baio-castano, con la bardatura acquistata ultimamente dall'esattore Giovanni di Balduccio.

Pagùni[26], tra maschi e femmine, grandi, nove. Nove altri piccoli, di quest'anno, tra maschi e femmine.

Un barile e mezzo di zolfo.

Un barile e mezzo di salnitro.

Due barili e mezzo di polvere per bombarde.

Dieci rotelle[27] con le armi del Conte.

Quattro giubbetti e tre camicie.

Un collare di ferro per il cane.

Una catena per il secchio.

Una paletta di ferro.

Una falce.

Due falcetti.

Un messale a stampa, nuovo, per la messa.

Uno scalpello di ferro.

 

 

Diciotto quaderni di carta straccia, per scrivere.

Ventiquattro fasci di fili per fare corde di balestre.

Sette mastrecorde per balestre, tra buone e logore.

Nove nuci[28] per balestre.

Un paniere con la colla.

Due vecchie bandiere con lo stemma del Conte.

Una lanterna.

Venti vire[29]  per balestre, senza ferri, appese al muro.

Una piccola accétta.

Un trapano.

Una tavola con due paia di piedistalli.

Due vecchi scanni.

Tre vecchie arche.

Una vecchia cassetta.

Due grandi scanni per sedere, e due piccoli.

Due màcine per confezionare il pane e un'altra per la polvere da sparo.

Due setacci per la farina.

Due panni di canovaccio, uno vecchio e l'altro nuovo, per coprire il pane.

Una campana incrinata di metallo, posta sulla torre.

Trecento tòmoli di grano della Corte, procurato ultimamente da Giovanni di Balduccio, esattore generale, per provvisione.

Dodici tomole[30] di sale bianco, procurato di recente da Giovanni di Balduccio, amministratore erariale, come bene di scorta.

Dieci tomole di fave e di cicerchie, immagazzinate dal detto Giovanni per i motivi di cui sopra.

Centocinquanta foderi per bombarde, tra grandi e piccoli. Circa trenta rotoli di piombo in piastre per confezionare pallottole.

Diciannove punte di petto di carne salata.

Un lungo corno di legno.

Un mortaio per pestare la polvere da sparo.

Una certa quantità di pezzi di legname per correturi[31].

Tre capezzali di piume, due usati e uno lacero […]

 

 

 



[1] ciclo di quindici anni.

[2] Vallecorsa.

[3] ha.

[4] celliere (stanze adibite a dispensa).

[5] fortificazioni addizionali, staccate dalle mura.

[6] circa 25 cm.

[7] otturatori.

[8] fusto della balestra (teniere).

[9] gabbia.

[10] arma di media lunghezza.

[11] finimento al quale si attaccavano le redini.

[12] pialla.

[13] drappo.

[14] velo di seta (zendado) rosso.

[15] dorato.

[16] tegame.

[17] clessidra.

[18] pentola (dal greco kakkabos).

[19] grossi vasi (spagnolo tarro).

[20] corde.

[21] rilievi di cuoio per rinforzare il casco.

[22] brocche (dal tardo latino lèncula).

[23] misura per liquidi (dal latino petitum, ossia la giusta misura richiesta).

[24] catena.

[25] elmi sottili e piatti.

[26] pavoni.

[27] piccoli scudi rotondi, per difendersi dalle frecce.

[28] pezzi rotanti imperniati nei tenieri delle balestre per bloccare la corda in tensione.

[29] anelli, o bracciali (dal tardo latino viria).

[30] tomolo: misura di capacità per aridi, di valore variabile; in dialetto tomola, unità di misura della superficie agraria.

[31] si può intendere per corridoi, oppure per àndito sulle mura che univa le varie torri, o per banchine per i difensori situate dietro il parapetto dei terrapieni nelle fortificazioni, come nel caso di cui sopra.

 

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