Palazzo Egidi Diana

Situato in via Pietra Liscia, all'incrocio con via Sant'Antonio, il palazzo fu abitazione del notaio Giuseppe Diana dopo il matrimonio con Caterina Egidi. Sull'architrave del portone è visibile un giglio con tre chiodi, scolpito, secondo la tradizione, per omaggiare i francesi e, in particolar modo, Napoleone. Lo stesso simbolo è presente sulla tomba della famiglia Egidi che si trova nella chiesa della Madonna delle Grazie.

Percorrendo l'adiacente e caratteristica via S. Antonio si possono ammirare gli unici esempi di aggetti e bifore medievali conservati nella città.

 

 

Giuseppe Diana

 

Il notaio Giuseppe Diana  nacque a Ceccano nel 1772. La sua vita e le sue gesta furono segnate da numerosi eventi in un periodo storico di grandi cambiamenti per l'Italia.
Dopo aver conseguito una laurea in Teologia, Diritto Civile, Diritto Canonico e Scienze Criminali a Roma, si distinse come fervente repubblicano durante la Repubblica Romana. Fu, inoltre, uno dei sottoscrittori del verbale redatto in Piazza della Lotta (attuale Largo Tommasini) per l'elezione della municipalità di Ceccano. In quest'occasione gli fu affidato l'importante incarico di Assessore all'Annona, settore che gestiva gli approvvigionamenti alimentari della popolazione. Il 2 dicembre 1793 Giuseppe Diana sposò Caterina Egidi e si trasferì nella sua casa in via Pietra Liscia, all'incrocio con via Sant'Antonio.
Dopo il fallimento della Repubblica Romana, nel 1799 si rifugiò a Parigi dove conobbe molti fuoriusciti italiani, tra i quali Luigi Angeloni di Frosinone. Durante il suo soggiorno francese venne coinvolto nel complotto contro Napoleone all'Opera di Parigi e venne arrestato assieme ai suoi compagni. In seguito al processo quattro cospiratori vennero giustiziati; Diana riuscì a salvarsi grazie a una soffiata che gli aveva permesso di occultare per tempo importanti prove. Questo triste episodio lo costrinse tuttavia a tornare a Ceccano,  dove visse fino al 1808 esercitando la professione di avvocato.
In occasione dell'occupazione di Roma da parte dei francesi, Diana fu nominato  Commissario di Polizia dei Rioni Trevi e Monti. Con questo incarico partecipò, la notte tra il 5 e il 6 luglio 1809, all'assalto del Quirinale per l'arresto di Pio VII; suo è il verbale dell'interrogatorio tra il Generale Radet e il Papa.
Nel 1814, ritornato Pio VII a Roma, Giuseppe Diana dovette rifugiarsi nel Regno di Napoli di Gioacchino Murat, con il quale si dice stesse preparando un'invasione nello Stato Pontificio a capo di trecento carbonari. La sconfitta  dell'armata di Murat presso Tolentino, nelle Marche, spinse Diana a consegnarsi al governo Pontificio, convinto di poter salvare la propria vita, non solo per l'espressa volontà di perdono da parte del Papa, ma anche perché in possesso di documenti con i quali avrebbe potuto dimostrare l'onestà della sua condotta pubblica e privata.
In attesa dell'esito della sua istanza, Diana si recò a Livorno ma qui fu arrestato e condotto nel carcere di Firenze, dove rimase per oltre un mese. Il 13 ottobre 1815 venne emessa contro di lui una sentenza di condanna a trent'anni di carcere e di estradizione a Roma. Dopo due giorni entrò nel forte di Civitavecchia come prigioniero politico e qui morì il 15 ottobre 1830. Le sue spoglie vennero deposte nel cimitero della città.

 

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